Dopo due anni dall’uscita di Dovessi mai svegliarmi, i Numero 6 offrono – è proprio il caso di dirlo – cinque brani raccolti in un EP dal titolo Quando arriva la gente si sente meglio. È un disco prezioso, di una bellezza ellenistica dovuta a una brevità intensa, curata, ricercata. La ricchezza di questo progetto traspare anche da due collaborazioni in particolare; la prima è con Enrico Brizzi, autore del testo di Navi stanche di burrasca. Con lo scrittore bolognese, i Numero 6 hanno inaugurato un rapporto già l’estate scorsa, con numerosi reading de Il pellegrino dalle braccia d’inchiostro; esperienza, questa, che avrà un futuro “discografico”. L’altro ospite del disco è Will Oldham, aka Bonnie “Prince” Billy (e chi mi conosce sa quanto mi piaccia), che canta il brano di apertura, una nuova versione di Da piccolissimi pezzi, brano già presente nel disco precedente. Da questa nuova interpretazione, emerge il fascino un po’ sinistro che regala la voce di Oldham, con quell’italiano impacciato che dà carattere al finale bukowskiano “…io non faccio poesia verticalizzo e bado al sodo, mi alzo troppo tardi e da piccolissimi pezzi nasce il quadro”.
In Navi stanche di burrasca, la musica raccoglie a sé il testo di Brizzi, con suoni e ritmi cantautorali vicini – nei suoni del bandoneon/armonica – alla canzone francese. Le esclamazioni ironicamente disperata di Aspetto, brano dei Laghisecchi, sono riarrangiate in un contesto electro-folk, soprendente nell’ingresso di un synth proprio in apertura: tra una pennata e l’altra della chitarra acustica. Michele Bitossi, poi, ci regala una semi invettiva fatta di dichiarazioni di colpevolezza universale in Quel giorno cosa avevo?, contro i profeti vecchi o riciclati di un certo star system, simboli decaduti e “sintomi troppo squallidi”. Il brano che chiude l’EP è Un segnale debole: affatto fedele al suo titolo, la canzone sembra una presa di posizione decisa, in questo neo-neo-realismo emotivo degli anni duemila. Difficile dare un’etichetta alla musica dei Numero 6 e, forse, è proprio in questi casi che si dovrebbe dare un calcio alla mania tutta 2.0 di taggare gruppi e canzoni. È musica d’autore, dalle scelte essenziali e dirette con un modo non convenzionale di sistemare sillabe e accenti in equilibrio tra il gusto personale per la melodia e la ricerca continua di sfumature. Quando arriva la gente si sente meglio è prodotto in collaborazione con la Green Fog Records, label per la quale uscirà il loro prossimo disco tra quache mese.
Too late è un brano dell’ultimo lavoro degli M83, gruppo che ascolto solo da qualche tempo e probabilmente in grosso – se non colpevole – ritardo. L’ultimo disco si chiama Saturdays=Youth, un’equazione ironica e musicalmente paradossale per ciò che vi è inciso. È un disco strano questo, che non capisci al volo se è una paraculata in stile Stars o invece il disco che cercavi da qualche tempo, con quei brani che riempiono le serate silenziose e fresche di una primavera inoltrata, che è quasi estate. Il primo brano, You Appearing, ha un’introduzione di una bellezza folgorante, quegli intro di piano à la Death Cab, così semplici e sorprendenti che ti chiedi com’è possibile che a te non vengano mai. Poi il disco sembra cambiare direzione e – in un certo senso – lo fa. Si intuiscono chiari suoni datati, vintage, con quei sintetizzatori e la ritmica in eco messi lì, fino a ricordare Slowdive, Air, RadioDept e Stars, ovviamente. Certo, in giro c’è chi è troppo figo nei suoi vent’anni per apprezzare un disco “anche troppo lungo”, ma – personalmente – credo che un album del genere, dopo un ascolto senza fretta e dedicato, possa diventare un disco importante per qualcuno. Uno di quelli che tieni per te, o al massimo per una ragazza che ti piace e che non capirà. Avevo iniziato a scrivere parlando di Too Late, forse solo per dire che è una canzone killer, di quelle che restano in loop per un po’ e che andranno a finire in qualche compila, in qualche ennesima compila. Gli ultimi versi di questo brano sono scorretti, non vale se – stavolta – valgono anche per me.
And if you are a ghost/I’ll call your name/You, always.
Esce per la ultra prolifica Cloudberry e per Cosy Recordings l’EP di debutto della mia prossima band preferita. Loro sono i The Garlands e manco a dirlo vengono dalla Svezia. I colori della primavera riempiono le melodie secondo uno schema collaudato à la Belle and Sebastian. La band è formata da Roger Gunnarson e Christin Wolderth, la cui voce dolcissima fa da contraltare ai veloci e pungenti riff di chitarra. Per restare in Svezia, da Gøteborg arrivano – paradossalmente – i Liechtenstein. Non hanno a che fare con i conti esteri di qualche italaino, ma si dedicano a un piacevole indiepop sulla scia dei vari Talulah Gosh, Girls At Our Best. Il loro nuovo singolo si chiama Apathy ed esce in 7” per la Fraction Records.
The Garlands - David Liechtenstein - Apathy (stream)
Lunedì sera sono andato a vedere Iron Man. Da piccolo avevo una passione sfrenata per i fumetti Marvel, compravo gli albi ogni quindici giorni da Mimmo, un ragazzo che aveva un edicola vicino a scuola e che, spesso, mi prestava i fumetti. Addirittura. Conobbi Iron Man grazie a una storia in cui combatteva insieme al mio eroe, l’Uomo Ragno, e subito pensai che mi sarei affezionato a quel tizio in armatura, così cool nella vita ma un po’ sfigato – ammettiamolo – come supereroe. Il film di Jon Favreau non dà sorprese e non si distingue da tutti gli altri della serie Marvel. La storia è estremamente lineare – fin troppo probabilmente – tanto che già dalle prime battute si può intuire l’esito della vicenda e i clichét dei buoni-cattivi sono rigorosamente rispettati. La storia di Tony Stark che da strafottente mercante di armi passa a paladino della giustizia e degli indifesi non lascia spazio a riflessioni approfondite. È un film su un fumetto, non sulla filosofia della guerra: questo è chiaro. Robert Downey jr. sembra nato apposta per questo personaggio. Fuori le righe, mai banale, è riuscito a non rendere il suo personaggio un semplice buffone figlio di papà, conservando intatto il fascino e la genialità solitaria di Stark. C’è da dire - nota di colore - che io l’ho conosciuto per Only You. Jeff Bridges – a prima vista irriconoscibile – è un po’ svogliato, non mi pare dia una interpretazione davvero personale e originale, tanto che Obidiah Stane sembra più un vecchio bacucco rincretinito dal Viagra che una minaccia per l’umanità. Poco credibile Gwyneth Paltrow nel ruolo della segretaria tutto fare di Stark. Bellissima, fragile, eterea non sembra per niente a suo agio nelle movimentate scene finali, in cui – presa dall’isteria – urla come una qualunque Marissa Cooper. Per concludere, alcune scene del film lasciano quel po’ di euforia retorico-eroica post cinema; su tutte, la battuta finale di Stark alla conferenza stampa tanto che verrebbe da rispondergli:”yo”.
Tra gli appunti - ormai anche un po' datati - mi sono ritrovato i Black Umbrella. A dispetto del nome, i quattro della band non sono dei black-metallari, ma degli epigoni degni di un certo dreampop anni ottanta. Tra i riferimenti vengono in mente gli Shop Assistant, Jesus and Mary Chain e - ovviamente - Smiths. L'intro della batteria in Secret Kiss sembra proprio una citazione inequivocabile di quei tempi, di quella musica, di quei riempipista di una volta. Raccomandato a quelli che d'estate guardano ancora le repliche di Flashdance.
I Bank Holydays vengono da Perth, Australia. Il loro è un pop prezioso, curato con arrangiamenti leggeri ed equilibrati tra chitarre elettriche e archi in grande spolvero. I toni allegri e colorati delle melodie fanno riferimento alle pietre miliari di questo genere di musica: Belle and Sebastian su tutti. In alcuni espedienti musicali, soprattutto per quanto riguarda i numerosi cori in background, sembrano una cover band dei Beach Boys e sì: è un complimento.
Come è evidente, da un po' di tempo il proprietario di questo blog soffre di disturbo bipolare e di conseguenza l'aspetto di queste pagine è mutevole come il sole di Aprile. I pochi - ma affezionati - lettori resistano e, magari, lascino un parere qui nei commenti. Stay cool.
Dalla fantastica e storica Glasgow vengono gli Strawberry Whiplash, popband geneticamente predisposta - è il caso di dirlo - a suoni decisamente '80s, con riferimenti espliciti ai gruppi storici di area Creation e C86. Siamo dalle parti dei Jesus and Mary Chain, Shop Assistant, My Bloody Valentine. Il loro Who's In Your Dreams CDEP è uscito per la Matineé Records.
Il duo Arthur e Martha fa musica elettropop, con in bella vista i suoni dei vari moog e drum machine. Il singolo Autovia mette in circolo un refrain che resta in testa, insieme al ritmo incalzante e ricco di timbri vintage. Escono per la Happy Robots.
Gli australiani Summer Cats se ne sono usciti con Lonely Planet, un 7" by mamma Cloudberry. Beatles, Apples In Stereo, Pastels (autori, tra l'altro, di una canzone dal titolo Lonely Planet Boy...guarda un po') sono i gruppi che ci vengono in mente, per dare qualche coordinata di riferimento.
Sicelides Musae paulo maiora canamus (cit.) Finita la sbornia della competition, torniamo a parlare di musica. Everybody Loves è il titolo del primo disco del neo-duo formato da FS Blumm e Bobby Baby (aka Ellinor Blixt), per la Morr Music. Da un po' di tempo a questa parte, la label tedesca ci regala perle acustiche - come i fantastici Seabear in tempi recenti - e questo disco ne è la chiara affermazione. La costruzione dei brani è di una incantevole semplicità timbrica, ricca di intrecci tra bassi - spesso acustici - chitarre elettriche, e feedback sintetici. Future Present è la canzone-tipo di questo nuovo genere di elettro-acustica; le voci di lui e lei si intrecciano, rarefacendosi - quasi - in un gioco di eco. L'uso di clicks, di synth e di uno sfondo a tinte fredde sono un segno caratteristico dei suoni Morr, soprattutto quando Blumm indulge in effetti noise che fanno da tappeto alla vocalità sussurrata di Ellinor. Melodie silenziose e discrete per cuori infranti e sguardi grandi così.
Un sacco di cose da scrivere, poco tempo per pensarci. Università, tesi, scazzo primaverile. Ho un file pieno di cose da ascoltare e un post al quale aggiungere i link. Come ogni sabato che si rispetti, dico che Lunedì comincerò tutto in modo più concreto. Per il momento, mi accontento di una dichiarazione di voto.
Nonostante tutto, Lunedì sarò incollato a seguire le proiezioni fino all'esito finale. Magari anche su twitter, per le prime consultazioni 2.0, o da qualche altra parte.
Prendo spunto da un articolo del Corriere della Sera - notoriamente un giornale non schierato - per raccontare l'ultimo episodio, di una serie infinita, che mi ha letteralmente schifato. Il senatore di Forza Italia-Popolo della Libertà (o dell'impunità?), Marcello Dell'Utri, dopo avere elogiato Vittorio Mangano - e per questo a sua volta elogiato da Berlusconi in persona - è alla ribalta per essere l'interlocutore di Aldo Micciché "faccendiere-bancarottiere calabrese" in una tratta di voti mafiosi provenienti dal Sud America e gestiti-veicolati dal clan 'ndranghetista dei Piromalli di Gioia Tauro. L'inchiesta è partita dalla procura di Reggio Calabria e un dossier è stato già consegnato al Ministero degli Interni. Si parla di voti della 'ndrangheta, di un senatore della Repubblica che si sarebbe congratulato con Aldo Micciché parlando di "bravi picciotti". E poi parlano di "giustizia a orologeria", parlano di "brogli", parlano di "comunisti". Con quale coraggio, con quale dignità, con quale coscienza.
Vivo in Calabria e so bene cosa significa 'ndrangheta; posso toccare tutti i giorni i segni di sofferenza della mia città, della terra in cui sono nato. Io non so se il PD dimostrerà i valori e le scelte della campagna elettorale. Le parole di Veltroni sono sì belle e condivise, ma esigono una testimonianza coraggiosa e viva. E noi abbiamo urgenza di sognare, di credere, di impegnarci. Abbiamo urgenza di sperare.
Io credo molto nell’accostamento tra dischi, suoni e stagioni. Ogni brano, ogni pezzo può avere una sua collocazione ideale; unica, probabilmente. Il tempo là fuori è importante e non è una semplice questione di atmosfera o di cornice. No. Ascoltare oggi, in piena primavera – nonostante qualche sorprendente precipitazione che neanche Giuliacci – il disco omonimo dei The Battle of Land and Sea fa un certo effetto. È un disco decisamente invernale, infatti. Il duo americano, di Portland, concentra in mezzora i suoni e i colori più tipicamente folk e freddi di un’America di altri tempi. Sono le stesse corde di Iron&Wine, dei Tunng. Un cantautorato grezzo, nel senso di prezioso, fragile ed essenziale. La voce di Sarah O'Shure sussura, suggerisce, racconta adagiandosi su un tappeto di arpeggi e voci. Gli strumenti sono quelli tradizionali: chitarra acustica, classica, banjo e una chitarra elettrica discreta che fa il verso a Bonnie Prince Billy. Sarah e Joshua sono lì, sul confine tra i songwriters e la psichedelia, in equilibrio però sulla dolcezza del canto. Non c'è bisogno di essere fanatici dellla folk music per apprezzare, anche in un giorno di primavera, questo bel disco.