Too late è un brano dell’ultimo lavoro degli M83, gruppo che ascolto solo da qualche tempo e probabilmente in grosso – se non colpevole – ritardo. L’ultimo disco si chiama Saturdays=Youth, un’equazione ironica e musicalmente paradossale per ciò che vi è inciso. È un disco strano questo, che non capisci al volo se è una paraculata in stile Stars o invece il disco che cercavi da qualche tempo, con quei brani che riempiono le serate silenziose e fresche di una primavera inoltrata, che è quasi estate. Il primo brano, You Appearing, ha un’introduzione di una bellezza folgorante, quegli intro di piano à la Death Cab, così semplici e sorprendenti che ti chiedi com’è possibile che a te non vengano mai. Poi il disco sembra cambiare direzione e – in un certo senso – lo fa. Si intuiscono chiari suoni datati, vintage, con quei sintetizzatori e la ritmica in eco messi lì, fino a ricordare Slowdive, Air, Radio Dept e Stars, ovviamente. Certo, in giro c’è chi è troppo figo nei suoi vent’anni per apprezzare un disco “anche troppo lungo”, ma – personalmente – credo che un album del genere, dopo un ascolto senza fretta e dedicato, possa diventare un disco importante per qualcuno. Uno di quelli che tieni per te, o al massimo per una ragazza che ti piace e che non capirà. Avevo iniziato a scrivere parlando di Too Late, forse solo per dire che è una canzone killer, di quelle che restano in loop per un po’ e che andranno a finire in qualche compila, in qualche ennesima compila. Gli ultimi versi di questo brano sono scorretti, non vale se – stavolta – valgono anche per me.
 
And if you are a ghost/I’ll call your name/You, always.



M83 - Too Late
   



Oggi ho messo finalmente da parte i fumetti di Dylan Dog, quei tanti che adesso non leggo più. Si tratta di un gesto insignificante che moltissimi altri, prima di me, hanno già fatto. Ne ho messi da parte tre che non andranno in cantina. E in questa soleggiata mattina - sarà colpa della musica di Cake on Cake - mi è venuto il desiderio di parlarvene.

Il primo numero che ho messo da parte è il 74 "Il lungo addio". Scelta in realtà scontata, per chi ha seguito per un po' DYD. una storia senza mostri, senza le battute di Groucho. È una storia che parla di ricordi e con questi di malinconie e, forse, rimpianti. Me lo regalò lei, non so perché e non ricordo in che occasione. Ricordo solo che sembrava un po' fuori contesto: che senso aveva regalarsi un fumetto che parla di addii quando ancora si sta insieme? o forse, più semplicemente, era un invito a non sprecare la meravigliosa estate che si era aperta nella mia - nella nostra - vita. Come se leggendo quelle pagine potessi, ancora una volta, ricordarmi quanto è raro e prezioso avere accanto qualcuno da amare. Dopo un po' le giostre cambiarono città e quelle mani tese, giorno dopo giorno e ormai anno dopo anno, non si toccarono più. Il fumetto, invece, restò insieme a tutti gli altri: come un segno sempre più pallido degli ultimi istanti di sole.


"Jhonny Freak" è una storia strappalacrime. Diciamo che sta ai fumetti come Bambi ai cartoni animati. Capito, no? Di tutta la storia - che dicono abbia preso spunto da fatti reali - più che una emotiva compassione per il povero Johnny restano un po' di divagazioni sul significato di "freak". Questo termine indica generalmente uno scherzo della natura, un mostriciattolo insomma. A me - e credo a molti altri - vengono in mente un po' le scuole medie. Si, avete letto bene. Le scuole medie sono un posto crudele - almeno lo erano una decina di anni fa - ed è difficile uscirne illesi se non sei bravo a pallone, se crescere è imbarazzante e se la ragazzina amore della tua vita ti considera - al più - un caro amico. Alle scuole medie c'è il rischio di prendere la piega "freak" che irrimediabilmente, o quasi, ti porterai dietro fino al liceo. "Freak" può significare essere (e sentirsi) diversi dagli altri e quindi un po' più soli. Spesso è un bene, ma certo non lo è a tredici anni.


Nel caso de "L'uomo nero" n.186, la storia in sé non c'entra niente. L'uomo nero alla fine si rivela un angelo custode un po' dark, secondo un modello tipico di DYD. Questo numero - invece - racconta della stazione di Roma Termini e del treno eurostar delle due meno qualcosa. Il treno di ritorno, il treno dell'arrivederci insomma. Il n.186 fu il primo che acquistai, dopo avere letto qualche storia a casa sua a Roma. Era la prima volta che tornavo a casa dopo essere stato da lei, con lei. Quel numero mi fece compagnia sul treno e fu il primo di una lunga serie che comprai proprio a Termini, alla stessa edicola, prima di tornare a casa. Sa ancora di viaggio e lo tengo da parte proprio per questo. Ci sono luoghi e momenti persi per sempre, legati indissolubilmente a fatti e persone. Per il numero 186 è proprio così. Una storia come tante che finisce a pagina due. Ma non perde di bellezza. Se dimenticare la poesia di uno sguardo dal finestrino sarà impossibile.

E adesso che ho finito di spiegar*i il motivo di questo feticismo fumettistico posso alzarmi dalla sedia e chiudere la scatola di cartone con dentro tutti gli altri numeri. Incerto ancora se metterci anche questi tre, una volta per tutte.



scoprirsi vulnerabili - in linea di massima - è una sensazione agrodolce. ed io non vi saprei dire se erano i suoi capelli o i suoi occhi, o magari le sue labbra e il modo disarmante con cui le muoveva. forse era solo lei e basta. io vedo il sole nei suoi occhi. quei due giorni appena trascorsi, lo avevano spostato dai suoi tragitti equilibrati e non era certo che tutto questo fosse una cosa buona. era difficile - adesso - ricostruire un profilo adeguato a tutte le cose che si era messo in testa di fare, cercando - ancora una volta - di separare l'indice di qualità della sua vita dalle sue pretese sentimentali. perchè con lei voleva che tutto fosse diverso. la sua immobilità, la sua esitazione erano solo un modo per lasciare che tutto prendesse il giusto corso. e in modo naturale. o forse erano una semplice assicurazione sulla vita, un modo per non mandare tutto all'aria e troppo presto. la cosa importante - adesso - era sentirla vicina e poco importava cosa ne sarebbe venuto fuori. e se. aveva voglia di andarla a salvare, con la pretesa - sicuramente ingiustificata e demodé - che lei fosse rinchiusa nella torre più alta di chissà quale castello, ma in realtà era proprio lui: l'unico principe a dover essere salvato.

e stasera, girando un po' per trovare un'immagine ho trovato questo. che tra l'altro è scritto meglio e bé rende l'idea.



io stasera mi ero messo a scrivere una cosa strana. un racconto sulla comicità grottesca della mia università, intrecciato a storie fasulle e squilli sul telefonino. volevo scrivere della scollatura della collega e del professore di italiano su di giri per via dei farmaci che - ne sono certo - assume con costanza certosina. volevo scrivere delle attese della mia generazione - fa effetto parlare di generazione a 24 anni - del timore degli studenti di fronte alle domande più stupide di una prof e della kinder delice al distributore che - fredda - è molto, molto più buona. poi, invece, ho pensato di scrivere qualcosa di melenso, tra una canzone dei beatles e un msngr che lampeggia di continuo. avrei potuto descrivere quello che mi passa per la testa in questi giorni, ma è troppo simile a se stesso per essere interessante. e poi, mentre ero lì a scrivere e cancellare, qualcuno mi ha raccontato delle storie. e pensare di essere stato messo a parte di cose così semplici e in un certo senso anche esclusive e preziose mi ha sorpreso. forse sui blog si scrive troppo e male, e io certo ho contribuito. stasera ho capito l'importanza di raccontare. ma davvero.



Il tempo fino ad allora era trascorso con dei sottofondi adeguati. Idonee alla professionalità e al gusto, al savoir faire  di entrambi – provetti musicisti in odore di progetti – note ed emiole si alternavano con ordine e una certa eleganza. Gli sguardi, quelli poi, erano sì cenni di intesa, ma solo per cominciare a suonare insieme ed – eventualmente – finire. Ma era così semplice: un quattro quarti non suddiviso e sufficiente, perché non si trovassero in bilico;  o sospesi nel momento di scendere dalla macchina dopo un passaggio.
Smise di suonare quasi un anno fa, quando pensò di completare un ciclo già aperto e rassicurante. Con alterne vicende, le sue apparizioni sul palco divennero assolutamente occasionali e, forse, furono più le volte in cui disse “no, grazie. non posso”. Cominciò a vederla sempre di meno e sempre più per caso, ma questo progressivo allontanamento non fece altro che farla avvicinare. Adesso che i loro incontri non erano più professionali, tutto prese un sapore diverso. e poi il virtuale. la vicinanza irrisoria e incompleta prese la forma di un computer, quando lui e lei - ostaggi della loro adolescenza a puntate - presero a scambiarsi storie inutili attraverso lo schermo. e con l'irrealtà, cambiò anche la musica. quando ci si mette di mezzo la sorpresa, dovuta ai pregiudizi artistici di entrambi, o alla vita vissuta, il rischio di lasciarsi prendere c'è.


 


perchè "non pensavo che ascoltassi questa musica. che dolce" è una frase che si presta alle interpretazioni, vaghe e più o meno arbitrarie, di chi legge. senza interlinea. gli si aprì un mondo più incerto, quando scoprì il suo cuore di panna, lei, una musicista da combattimento, sfrontata e temeraria. passarono del tempo insieme, stavolta senza concerti da improvvisare, senza prove, ma così. alla prima vista di un messenger. musiche in digitale e inaspettatamente compromettenti, tra elliott smith e i non voglio che clara. andando contro ai suoi principi, menefreghista consumatore di dischi e poco incline ad opere di evangelizzazione musicale a fini erotici, le aveva fatto ascoltare un po' di canzoni, come a volerle garantire che "c'è dell'altro". e poi metti che un pianoforte lei non sa resistere. insomma, era convinto che aprendole uno spazio accessibile a pochi si potesse garantire un biglietto - di andata al meno - per la sua vita, oltrepassando gli ostacoli del pentagramma, e chiudersi - per un po' - between the bars. ma i messenger e i trasferimenti di file sono lo strumento meno appropriato; il gioco in difesa, il catenaccio, restavano garanti della sicurezza di entrambi: due musicisti imbarazzati del loro volersi compromettere. perchè per lui il "provarci" ormai esisteva solo nella musica e non nella vita; e lei restava immobile, china sul flauto ad attendere un gesto.



provvisoriamente e senza titolo
a volte questa sensazione lo inorgogliva. la sensazione di essere fuori posto, di essere - in un certo senso - diverso dagli altri. ma di tanto in tanto, e sempre più spesso di quei tempi, tutto ciò tendeva inesorabilmente ad isolarlo da tutto ciò che lo circondava. dava l'impressione - certo superficiale ma insistente - di volersi ritagliare un mondo ideale tutto suo, un mondo dal quale gli altri erano esclusi. e questo alla gente intorno - amici o no - poteva dare un certo fastidio. ma il punto è un altro. il punto è che lui si aspettava sempre tanto dagli altri e questo finiva con rendere tutte le sue relazioni inevitabilmente più difficili e impegnative. e bé - inutile a dirsi - non tutti erano disposti a giocarsi così tanto e chissà, magari non ne valeva poi tanto la pena. e poi arrivò lei. con l'innocenza di una sedicenne - a lui piaceva pensare così almeno - e il fragore e l'inopportunità di chi ancora, forse, non si rende conto. i suoi gesti, così fuori posto e così inattesi, lo avevano messo fuori gioco. più di tutto, avevano messo in crisi tutto il suo castello di sicurezze ed  equilibrio che, una rassicurazione dopo l'altra, stava ancora faticosamente ricostruendo. lei, adesso, era l'elemento irrazionale, il colore impazzito, la variabile di felicità. poteva guardarla ed immaginarsi ancora lì dopo vent'anni e più, con lo stesso stupore e con la stessa sensazione di inadeguatezza. per la prima volta, dopo anni ormai, rischiava di perdere il senso dell'orientamento. le sue partenze, le partenze di un romantico scriteriato, le conosceva bene ormai; ma stavolta era diverso. stavolta non c'era alcuna spiegazione plausibile. lui non aveva scelto un bel niente, non c'erano idee a cui affezionarsi, non c'erano desideri di attenzione da soddisfare. era un gioco a perdere capitato nella sua vita senza che lui fosse in fila per parteciparvi. ancora una volta, eccolo lì: improvvisamente troppo piccolo e troppo grande per quello che gli stava succedendo.

the clientele - dreams of leaving




e le giostre
pare che in città abbiano portato le giostre. ma così, quasi per scherzo e senza alcuna intenzione, ché i desideri e le illusioni, qui in città, non ci sono più da un po' di tempo. i giri gratis - poi - sono riservati ai minori, ma attenzione: da una certa età e da una certa altezza il biglietto va pagato. noncurante dell'attesa e dei tagliandi, giovane e temerario, pensava che per venire a capo della faccenda e farsi trovare pronto dal mastro giostraio, fosse sufficiente una buona dose di autoironia, quanto bastava per un giro su tutto. eppure. una giostra in particolare...quella sì che gli era rimasta vicina, forse per la sua ingenuità, forse perché succede. era un'altalena, bella - davvero - ed ogni anno sempre nuova. col tempo, salire o no non era più una scelta o una necessità. era così, ed era così da tanto ormai. e nonostante le luci del tappeto volante gli sfiammeggiassero intorno, c'era sempre e solo lei. la sua altalena. e quando il viaggio iniziava, il cuore ricominciava a battere. su - ché dall'alto hai in mano tutto - e giù. ma questo andirivieni rischiava di stargli stretto adesso, adesso che il suo punto di vista migliore l'aveva con sé, adesso che pensava di poter fare a meno delle giostre. ma l'amore - signori - non si sceglie e se davvero di questo si trattava, la prima mossa era scendere dalla sua giostra. e se il cuore batte - amici - non sarà per un giro su un'altalena.




x you
A pensarlo premeditato sembra assurdo. Stucchevole, credo che sia il termine più efficace. In realtà capita così con le sorprese, con gli episodi circoscritti e improvvisi che, del tutto gratis, ti si presentano davanti. Allora sì, certo che io mi sono fermato a fotografare questo improvviso ritorno al futuro, questo tuffo al cuore, pericoloso ed amabile d’un tratto. Era da anni che non capitava di ricevere una lettera scritta con cura su carta azzurra. Azzurra come la busta. Azzurro come il mio colore preferito. Almeno prima di Forza Italia, s’intende. Ed eccomi allora, improvvisamente efebo o poco più, a leggere, verso per verso, una poesia. Poco importa il contenuto ed era chiaro – si sa – ché adesso conta il pensiero. Già. Il pensiero. Mica roba da poco. E poi la calligrafia, la cura del verso, della rima – insopportabile tra l’altro – son tutte cose che tradiscono una premura notevole. E, probabilmente, adolescenziale. Ma è stato bello leggere, proprio alla fine, un grazie. Un grazie ingiustificato e fuorviante, un grazie che ti mette in passivo appena l’hai letto.





istruzioni per il disuso
una delle prime preoccupazioni quando due si lasciano è quella di cancellare dal proprio telefono i messaggi ricevuti dall’ormai ex partner. È questa un’operazione che richiede del tempo: io non mi sentirei di selezionare tutto così, al volo, e cestinare. Io credo che sia necessario fare un’attenta scrematura iniziale cancellando magari i ripetuti “ti amo…mi manchi”, “è stato bello l’altra sera”; non ne sentiremo la mancanza. Tanto più che – il più delle volte – avremo già dimenticato l’occasione a cui erano legati. I primi messaggi che si cancellano sono quindi il superfluo, l’abitudinario, la consuetudine un po’ annoiata di due persone che stanno insieme e che si rincuorano a vicenda, convinti come sono che in due è meglio che da soli. La seconda fase si compie qualche tempo dopo la prima; due o tre giorni potrebbero anche bastare. Il tempo tra le fasi è importante perché serve a considerare i messaggi “di seconda fascia” come se fossero i primi e, dunque, cancellabili. Questi bignami d’amore ai tempi della summer card sono molto dolci e gratificanti; perderli significa in qualche modo accettare di essere passati oltre, di non voler più tornare da lei/lui a rinfrescare memorie psicosomatiche. Sono le frasi un po’ più impegnative, parole che magari rimandano a momenti particolari della vostra storia. I messaggi di seconda fascia possono contenere anche citazioni “…c’è qualcosa di grande tra di noi, che non potrà cambiare mai…” o per i più dotti “…amore bello come un bacio, bello come un sogno, bello come il mare, amore…ma non lo so dire…”. Le citazioni si possono riciclare: in fondo, nessuna ci appartiene. Io ho dovuto cancellare varie pericopi di Ligabue, Biagio Antonacci, Baglioni; per non parlare dell’Anonimo dei Baci Perugina e di Bambarèn. Ora che ci penso, con quelle ragazze proprio non poteva funzionare. Poi mi è capitato anche di cancellare Garcìa Marquez; una poesia che non ho più riletto. L’ultima fase, quella definitiva, è forse la meno dolorosa. Nell’immediato. I messaggi che restano sono quelli più originali, i più significativi per entrambi, forse. Sono quelli che vi siete mandati appena prima di stare insieme: allusioni, battute cretine, timidi sondaggi di gradimento. Gli ultimi messaggi che si cancellano sono quelli che ci ricordano che siamo stati felici. Sono i messaggi all’inizio della lista, quelli che sei tentato di ricopiare da qualche parte, quelli che non fai leggere a nessuno, ché sono davvero intimi. Li rileggi un’ultima volta – saranno due o tre al massimo – e decidi di andare avanti. Messaggi > ricevuti > cancella (tutto).

Il messaggio che mi hai mandato ieri senza motivo, l’ho tenuto. È tra i messaggi salvati, al riparo dalla temporaneità di tutti gli altri. Eppure non c’è scritto niente. “Come va”. Niente di compromettente. Proprio perché inutile e ingiustificato, per questo lo tengo. Chissà, magari con quel messaggio pensavi di smuovere qualcosa, speravi che cominciassi a folleggiare con il telefono e magari che ti chiedessi di vederci. Se ti fossi impegnata di più, lo avrei fatto. Ma adesso che ci restano solo cortesi parole virtuali, adesso che anche il giorno del mio compleanno è fluttuante, cosa aspettarsi? Apprezzo la cortesia. In ogni caso. “Va tutto bene”.


 

 

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